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Salad Days Magazine | April 3, 2025

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DEMA TALCO x SETTESTRATI SKATESHOP – PHOTORECAP

February 2, 2023 |

DEMA TALCO x SETTESTRATI SKATESHOP – PHOTORECAP

Pictures by Rigablood x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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SUNSET RADIO INTERVIEW

January 27, 2023 |

Un periodo ricco di novità per i Sunset Radio, un disco pubblicato nel 2022, il cambio di frontman e oggi il ritorno con un singolo in italiano, ‘Pagine’. Ne abbiamo parlato con il chitarrista Matteo Rossi per saperne di più.

SD: Il 2022 è stato un anno decisamente movimentato per i Sunset Radio, partito con un EP di cover e conclusosi con un nuovo disco. Lascerei a voi la parola per descrivere come è stato vissuto lo scorso anno dall’interno della band…
SR: Ciao ragazzi! Sempre un piacere sentirvi! Movimentato penso sia la parola giusta. Tra Covid, cambi di line-up e uscita disco ne abbiamo passate! Diciamo che è stato un anno pieno di emozioni! Positive e negative!

SD: Onestamente conoscendovi da anni, quell’EP fu un po’ una sorpresa per me se rapportata a voi, ossia, vi siete sempre contraddistinti per l’indiscussa abilità di sfornare nuovi brani con una regolarità quasi svizzera, avere a che fare con un prodotto di cover beh, mi destabilizzò. Come è stato visto all’esterno (addetti ai lavori e fan) questo mini? Col senno di poi lo pubblichereste nuovamente?
SR: Era un prodotto registrato nel 2017, tenuto lì in caso di emergenza nel caso in cui la nostra abilità compisitiva in qualche modo si fosse fermata in un futuro. Non siamo amanti delle cover come puoi immaginare, ma in sé il fatto di ripercorrere le nostre radici e suonare i pezzi che tanto amiamo ci aveva in qualche modo gasato. Se tornassimo indietro in un momento cosi buio, sì, lo faremmo uscire di nuovo. All’esterno c’è chi si è gasato, chi l’ha messo in playlist e chi ha detto: “che cazzo fate?!”.

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SD: Eccoci poi giungere a quello che a mio avviso è tra le vostre migliori uscite di sempre, il disco ‘Thank You, Goodbye!’, che a prima vista poteva far pensare a vostro imminente addio dalle scene. Un disco importante sotto tanti aspetti, volete parlarcene?
SR: È sicuramente il nostro lavoro più maturo, più lungo a livello compositivo e più difficile a livello di ascolto. A mio parere un disco con solite tematiche Sunset Radio ma con aggiunta di tristezza e tutto ciò si sente anche a livello musicale, utilizzando accordi in minore, cosa che di solito non facciamo, e spendendo veramente tanto tempo nella creazione dei brani. Anche sulla registrazione abbiamo approcciato un metodo classico di registrazione con microfoni ovunque, e il disco è come un viaggio, godevole all’ascolto, difficile da suonare.

SD: Di voi ho sempre apprezzato la grande attenzione sul lato visual, con artwork e grafiche da urlo, e video studiati che prendevano le distanze dai classici video della scena alternative italiana. Su questo filone ‘Thank You, Goodbye!’ ha seguito questa tradizione, con un artwork fumettoso che colpiva da subito l’attenzione. Chi vi ha seguito negli anni sull’aspetto visivo e quanto a vostro avviso è impattante oggi sull’ascoltatore che ormai è per un buon 90% orientato al digitale?
SR: Ci consideriamo tamarri! (risate) A parte gli scherzi, ci piace sempre un po’ uscire dagli schemi, anche se la maggior parte delle volte è abbastanza inutile. Passare venti ore dentro un ex cinema abbandonato a -2 gradi per girare un video che fa fatica a fare 10k views non so quanto senso possa avere, ma a noi ci gasa e come diciamo sempre prima le cose le facciamo per noi, per divertirci, poi le condividiamo con i fan il pubblico e vediamo che dicono, quindi ti ringraziamo anche per quello che dici! La band è sempre stata quella che decideva le cose, non abbiamo avuto nessun tipo di aiuto esterno sulle decisioni e sulle cose da fare. L’artwork di ‘Thank You, Goodbye!’ è stato realizzato dal maestro Daris Nardini sotto nostra indicazione, un capolavoro a mio giudizio.

SD: Quel ‘Thank You, Goodbye!’ che pensavo si riferisse alla fine del progetto Sunset Radio si è rivelato invece un abbraccio al vostro frontman, col quale avete separato le vostre strade. Calcolando che lui fu parte integrante della band sin dagli inizi, quanto è stato complesso arrivare a questa scelta? Come avete affrontato questa scelta?
SR: Come tutti gli addii niente di semplice. Il titolo è stato dato prima di questa decisione, quindi una roba assurda. Noi diciamo sempre “ciao grazieeeee”, e da lì lo abbiamo voluto intitolare così. Andrea è stato il nostro frontman per 7 lunghi anni, con cui abbiamo condiviso tutto. La scelta non è stata facile ma purtroppo le nostre strade dovevano dividersi. Nella vita una persona ha sempre una classifica di priorità, e purtroppo per lui i Sunset Radio erano scesi un po’ di graduatoria e quindi nel miglior modo possibile abbiamo preso questa brutta decisione.

SD: Arriviamo al recente, ossia a quello che voi stessi definite il nuovo corso Sunset Radio, partendo dal nuovo frontman. Come siete arrivati a lui e cosa vi ha spinto a dire “è lui”?
SR: Enan diciamo che è stato la nostra prima scelta, senza avere una scelta, nel senso che abbiamo mirato direttamente a lui, senza chiedere ad altri. È una forza, è entrato subito dentro la famiglia Sunset, inserendosi immediatamente. Attendiamo con ansia il primo live, curiosi di come possa svoltare tutto il progetto.

SD: A livello di timbrica – pur avvicinandosi al suo predecessore – sembra molto più orientato a scenari melodici/pop, con una voce molto pulita nell’interpretazione. Questo suo modo di cantare ha in qualche modo influito sulle vostre scelte, pensando magari alla band in chiave futura?
SR: La chiave principale è stata la lingua italiana. Enan scrive a nostro giudizio molto bene e per la prima volta a livello compositivo è partito tutto dal testo… per noi è stata già una svolta. Abbiamo voluto avvicinarci più al pop che al punk cercando di non snaturare l’aspetto punk-rock dei Sunset. Sicuramente qualcuno magari più legato all’era precedente avrà qualcosa da ridire, ma voglio ricordare a tutti che per noi è una passione, un divertimento, e che se per caso una di queste due cose viene a mancare, c’è qualcosa che non va.

SD: Il 2023 si è aperto decisamente col botto, ossia con ‘Pagine’. Un brano che seppur in linea con il vostro recente passato prende le distanze attraverso un sound molto più catchy del solito e soprattutto nella scelta di proporsi in madrelingua. Beh questa potrebbe essere la vera svolta futura per voi, quindi raccontateci quanto possibile sul perché di questa nuova tendenza.
SR: ‘Pagine’ è solo la prima, sono pronti altri due singoli in italiano che faremo uscire entro l’estate. Siamo contenti di questo mood, l’ultimo test era sentirle suonate con basi in sala prove e direi che entrambe hanno superato il test. Per il momento ci vogliamo concentrare sul nostro Paese, sulla nostra lingua.

SD: Siete etichettati dai più come pop-punk band, da ‘Pagine’ in poi vorreste che questa definizione tramutasse in altro oppure il termine rimane a voi caro?
SR: Secondo me possiamo andare avanti tranquillamente con pop-punk band, poi se svolteremo ancora di più in futuro vedremo di trovare un termine più adatto a noi, ma secondo me rimarremo in questo ambiente.

SD: Avete suonato in Giappone, una fanbase che vede ascoltatori da ogni angolo d’Europa, non avete il timore che il proporsi in italiano possa “indebolire” un percorso – il vostro – fin qui ricco di soddisfazioni?
SR: Sicuramente, è stato il mio primo pensiero, ma magari con l’evoluzione che si sta avendo in questi anni, potrà anche l’italiano essere accettato di più all’estero. In ogni modo siamo partiti sempre dall’estero, e stavolta vogliamo provare a soffermarci di più sul nostro Paese che abbiamo trascurato precedentemente.

SD: Siamo al gran finale, so che avete diversi show già fissati per questa prima parte di 2023, volete svelarci qualcosa? Grazie ancora!
SR: Volentierissimo! 3 febbraio a Bologna con Dari, 10 febbraio a Roma al Traffic con The Anthem e 11 febbraio a Morrovalle (Macerata) al Drunk In Public!, 17 marzo a Milano. Sono solo le prime date, ne stanno arrivando tante altre! Grazie mille Salad Days come al solito!

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(Txt Arturo Lopez)

Questa E’ Roma Fest – recap

January 23, 2023 |

Questa E’ Roma è diventato un appuntamento irrinunciabile, un fest in forte ascesa.

Tutte le vibrazioni positive raccolte prima della partenza, per la giornata evento che si è tenuta il 14 Gennaio 2023, si sono trasformate tutte in piacevoli conferme. 18 band (da Londra i Menace, da Savona i DSA Commando, da Milano i Sempre Peggio, i Discomostro e Gli Impossibili, da Parma i Distruzione, da Torino i Woptime, da Napoli i The Radsters, da Pescara gli Straight Opposition, da Modena i Cancer Spreading e le band romane No More Lies, The Cheapheads, Rake Off, Mindknot, LaCroce, Tibia, No Grave For Billy e 612 Comma 2), tutte super motivate, alcuni set vere e proprie bolge di adrenalina, sudore e corpi uniti nell’abbraccio. Come location l’Acrobax, (sicuramente graziata dal fattore temperatura primaverile, un lato della struttura è completamente aperto) davvero congeniale per l’occasione con la possibilità di passare da un palco all’altro restando nello stesso spazio dello scenario. Punto fermo, infine, l’organizzazione che ha gestito l’intera giornata in modo impeccabile, dalla distribuzione della crew nelle varie mansioni, agli orari di cambio palco delle band fino alle appendici, come gestione alcolici e cena. Il tutto all’insegna di uno stile di vita “Ardecore”/DiY, dove comunque hanno trovato spazio per esprimersi anche stili diversi (death metal, hip hop e post-core). All prossima edizione!

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DSA COMMANDO

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GLI IMPOSSIBILI

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LA CROCE

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MINDKNOT

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THE RADSTERS

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WOPTIME

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DISCOMOSTRO

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DISTRUZIONE

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MENACE

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NO GRAVE FOR BILLY

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NO MORE LIES

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RAKE OFF

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SEMPRE PEGGIO

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STRAIGHT OPPOSITION

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(Txt & Pics Giuseppe Picciotto x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Catania Hardcore Fest 2022 @ Palestra L.U.P.O., Catania – recap

January 2, 2023 |

Il festival organizzato per il ventennale della crew catanese Catania Hardcore ha visto sul palco: Face Your Enemy, Golpe, Lenders, Zeman, Bunker 66, Torpore e Snowball. Il luogo scelto è stata la palestra L.U.P.O. che ormai è diventato l’unico posto dove poter suonare musica estrema nella città etnea.
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Viagra Boys @ Fabrique, Milano – recap

December 23, 2022 |

Recensione di getto, straight to the point. I Viagra Boys hanno spaccato, il loro concerto al Fabrique è stato una bomba: hanno spazzato via tutto e tutti. Ci ho visto tante cose, BELLE. Ci ho visto gli Hives.

Un gruppo che passando dai palchi piccoli a stage importanti ha aumentato la spinta, ha “sfruttato” al meglio il muro di ampli là dietro. Non hanno limato niente nella loro proposta. Non si sono abbelliti, anzi. Ci ho visto i Turbonegro. Attitudine. Provocazione. Presa per il culo. Fottersene. Il dito medio dei Turbonegro era verso i cliché del black metal (ed anche di molti punk, diciamolo). Il dito medio dei Viagra Boys è verso i canoni di un certo post punk, quello intellettuale, serio.

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Ci ho visto i Queers. Anzi, meglio. I Queers bevono solo Bud. I Viagra Boys sono andati avanti, PROUD, a bottiglie di birra Poretti. E se la Poretti (o dovrei dire la Carlsberg?) avesse un ufficio marketing degno, dovrebbe cercare sul tubo il momento in cui Sebastian elenca le cose per cui è bello finire il tour a Milano.

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Facile, ci ho visto gli Scissor Sisters. Cazzoneria, irriverenza, gaytudine, divertimento, puro. Ma i Viagra Boys sono meglio, visto che (secondo me) agli Scissor Sisters, Alcatraz prima decade anni zero, c’era gente molto più pettinata. Qualcuno potrebbe dire che i Viagra Boys portano meno “pettinati” e più hipster? Vero. Ma ho visto una maglietta di GG Allin. E ho visto una maglietta dei Golpe. Capito bene? I GOLPE.

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Ci ho visto i Chemical Brothers, i Prodigy. Quando un set di elettronica diventa un concerto rock. Ma i Viagra Boys oggi sono molto meglio (pur non avendo la produzione dei fratelli, che rimangono imbattibili). Mai capitato, in Italia, di fare body surfing ai Prodigy? NO. Mai capitato, worldwide, di fare body surfing con gli LCD Soundsystem? NO.

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Per partecipazione e casino, ci ho visto i “secondi” Deftones, quelli del tour al Palatrussardi, con i Linkin Park di supporto. Mi spiego. Quella è stata, secondo me, la prima volta in Italia di un generale e continuo body surfing in prossimità di un palco grande, per un gruppo non metal. Roba come fosse il palco della Sforzesca di Vigevano. L’attitudine punk hardcore applicata ad un concerto (in questo caso) dance. Facile.

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Ci ho visto gli Stooges, quelli con il sax di Steve Mackay. Qui qualcuno storcerà il naso… ma il consiglio, prima di infamare il recensore, è quello di andarli a vedere! Facilissimo. Ci ho visto Shane McGowan. Una versione moderna (e quindi tatuata) di Shane. Ma più simpatica (il siparietto degli occhiali da vista che lo fanno diventare nerd vale il biglietto).

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E per la soddisfazione di molti nostri amici lettori, ci ho visto pure i NOFX. In che senso? Tranquilli. Parlo di merchandise a prezzi NON “mainstream”. CD (addirittura) a 10 Euro! Era da tempo che non uscivo da un concerto (possiamo dire) mainstream con un sorriso tipo acid house. Era da tempo che non uscivo da un concerto (possiamo dire) mainstream con una generale presa bene, parlo di quel “sentiment” tipo (per chi c’era) gli One Step Closer.

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Un conto è accontentare 100 persone. Un conto è far godere quel migliaio e più! Visto che siamo in clima, ci sta bene finire citando il tipo della Ryan Air: “andare a vedere i Viagra Boys è come la nostra business class: tutto compreso, anche i pompini”.

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(Txt Francesco Mazza & Pics Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

PUP + Gab De La Vega @ Bloom, Mezzago (Mi) – photorecap

November 9, 2022 |

PUP + Gab De La Vega @ Bloom, Mezzago (Mi) – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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GAB DE LA VEGA

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NO PRESSURE ‘NO PRESSURE LP’ – TRIPLE B RECORDS

November 2, 2022 |

Uno dei nomi più caldi dell’attuale panorama pop-punk fuori con l’album di debutto, dopo un ottimo ep un paio d’anni fa e un singolo su cassettina lo scorso anno.

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No Pressure sono la superband pop-punk fondata da Parker Cannon (The Story So Far), Pat Kennedy (Light Years) ed Harry Corrigan (Regulate) solo un paio d’anni fa, nata dalla necessità di tornare a sonorità pop-punk di fine ’90, primi ’00 dalle quali i membri della band si sono distaccati con i loro progetti primari; dopo un ep e un singolino su cassetta è uscito lo scorso Giugno l’album di debutto omonimo, fuori per l’ottima Triple B Records, label di Boston sempre attenta a scovare nuove realtà in ambito punk/hardcore.

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Disco pre-ordinabile solo su vinile sul sito dell’etichetta (e da qualche retailer sparso per il mondo – Green Hell mi pare uno dei pochi, se non unico per l’Europa) in dodici varianti colore con tiratura totale di 3900 copie, alcune delle quali andate tutte esaurite praticamente subito. La Clear Orange with Red Splatter è quella che siamo riusciti a portarci a casa, anche perchè era l’unica che poteva essere venduta fuori dal sito Triple B.

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Ottima edizione in vinile; bellissimo l’artwork firmato da Chris Wilson, artista e tatuatore di Kingston, Pennsylvania. Non poteva mancare l’inserto con tutti i testi ad alcune foto on stage e off stage. C’era hype lo scorso Giugno il disco è uscito, c’è un hype pazzesca adesso che il vinile è stato consegnato, tanto che il sito Triple B è andato in crash quando qualche giorno fa sono state rimesse in vendita alcune copie del disco, che ora rimane disponibile solo nella versione cd.

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Band assolutamente da tenere d’occhio; sono passati anche da Bologna la scorsa estate; chi c’era racconta di una serata spettacolare (qualche video su youtube si trova) che speriamo venga replicata quanto prima.

(Txt Francesco Zavattari x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Incudine interview

September 16, 2022 |

In uscita a settembre il nuovo Incudine, ‘Wrong Place Wrong Time’. Grazie a Dario, mastermind e cofondatore (insieme alla moglie Ellen) di Devarishi Records, non ci facciamo sfuggire i due membri fondatori (nonché presenze costanti in ogni release): Cesare (aka Che) e Mox.

SD: Prima domanda, ovvia. 2013 primo album, fisico. 2015 secondo album, Bandcamp. Cosa vi ha portati alla realizzazione (fisica) di ‘Wrong Place Wrong Time’? In particolare: sono curioso di sapere da chi di voi due è venuta la spinta.
Mox: ‘W.P.W.T.’ è a tutti gli effetti il primo album a lunga durata di Incudine, con Che alla voce ed io alla batteria come unici membri rimasti dalla formazione originaria del progetto, che risale a fine 2012. Con l’ingresso di Gila (ex Maze – Furious Party) alla chitarra (che ha preso il posto di Luca dei Temporal Sluts e anche di Giulio ex Real Deal – Crash Box), e del nuovo arrivato Adam al basso (ha sostituito Cris Rigamonti e inizialmente Steve Traldi dei Rappresaglia) si è deciso di incidere una gran parte dei brani composti e non pubblicati in precedenza, affinché non andassero perduti… su iniziativa di Che. Da un incontro con Dharmavit (n.d.r. Dario) dell’etichetta specializzata in H.C. Devarishi Records avvenuto nel 2021, è poi nata la curiosità riguardo il nostro materiale più recente. L’entusiasmo di Dharmavit e della sua compagna Ellen, ha fatto sì che questo disco veda la luce anche in formato fisico, per il mercato mondiale: la scelta di pubblicazione in vinile (colorato), oltre che liquido, è stata dunque dell’etichetta. Come gruppo e come attitudine, siamo soliti procedere con tempistiche molto snelle, anche visto il genere, e in sede di registrazione cerchiamo di sbrigare tutto impiegando meno tempo possibile: abbastanza fedeli a come ci si presenta dal vivo, con numero di sovraincisioni ridotto al minimo, aggiungendo giusto esigue parti di chitarra e sezioni di batteria e basso spesso buone alla prima take. Fondamentali il supporto e le competenze di Carlo del Toxic Basement Studio, nel merito di una giusta intenzione da imprimere al nostro lavoro. Avrebbe potuto essere l’ultima registrazione e finire ancora una volta tutto in rete, visto che le più recenti annate di attività della band sono state parecchio ardue da diversi punti di vista… ma è andata diversamente.
Che: Andare a registrare ‘W.P.W.T.’ è stata da parte mia una scelta obbligata. Si tratta di brani che sono nati e hanno preso forma in un momento difficile per la band (e non solo) e che faticosamente abbiamo completato nell’arco di un paio d’anni, pandemia permettendo. E poi la mia intenzione era di vedere fissato uno sforzo collettivo, non mi aspettavo nulla di più. Fermare per sempre un qualcosa che rischiava di scomparire, dato che la band l’anno scorso ha attraversato momenti difficili. Poi per fortuna l’arrivo di Adam al basso ha rivitalizzato tutto e tutti, e andare da Carlo Altobelli a registrare è stata la conseguenza naturale di un nuovo impulso a proseguire. Adam si è integrato alla grande con Mox e ora abbiamo una sezione ritmica molto creativa e di buonissimo livello tecnico. Su questo spero che si continuerà a lavorare e a creare nuovi pezzi sempre più personali, sempre più “Incudine”.

SD: Prima domanda, (bis). Come è andato il concerto con Youth Of Today (fine luglio a Milano)? Da quanto non suonavate live? Che intenzioni ci sono? Uscita del disco con tour? Immagino che lavorare per Devarishi potrebbe darvi un’esposizione verso l’estero che altre etichette italiane non hanno…
Mox: La recente data milanese degli Y.O.T. ha sancito il ritorno di Incudine su un palco, con formazione rinnovata, dopo ben 3 anni: praticamente un nuovo esordio, nonostante decenni di militanza di ognuno di noi. In ogni caso clima positivo (abbiamo avuto l’onore di condividere e prestare parte della strumentazione coi ragazzi newyorkesi) e performance soddisfacente da parte nostra. D’altronde il contesto era quello giusto, in un locale abituato a questo tipo di sonorità. Essendo i nostri brani praticamente sconosciuti, non c’era da attendersi partecipazione con cori e stagedive, ma l’attenzione e l’apprezzamento non sono mancati. La costruzione delle canzoni da noi proposta differisce molto spesso dai “classici” N.Y. – H.C. della “Gioventù d’Oggi”, il che ha reso la serata più varia. Ora, a titolo personale, (ri)incontrare sul mio cammino questi 4 personaggi è stato piacevole, li ho sempre ammirati e per una certa visione della vita, in fondo, devo riconoscere alcuni meriti anche ai loro diversi lavori. Quando uscirà ‘Wrong Place…’ è auspicabile qualche data dal vivo. Un vero e proprio tour, con date che si susseguono… tendiamo a escluderlo. Porteremo comunque in giro questi brani, il più a lungo possibile. In ogni caso esprimiamo soddisfazione già del risultato di pubblicazione e distribuzione in Europa e USA, con Devarishi /Rebuilding.
Che: Secondo me il concerto è andato bene, finalmente il suono era quello che abbiamo in mente, potente e oscuro. Non suonavamo dal vivo dal maggio 2019, non siamo una band molto dedita ai concerti. Personalmente spero che con l’uscita del disco si presenti qualche opportunità di suonare Oltralpe; quando ero con i Real Deal ho suonato spesso nei paesi di lingua tedesca e mi sono quasi sempre trovato bene, c’era una considerazione nei confronti dei musicisti che in Italia era inesistente. Magari ora è cambiato qualcosa, ma non ne sarei così sicuro. Andare a suonare gratis come l’altra sera non è la nostra passione, tanto per capirci.

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SD: Seconda domanda, ho sentito qualche pezzo in anterpima (thanks again Dario), è c’è una ‘Holy Parasite’ (incupita) dall’album virtuale / bandcamp. Mi chiedo se ci sono altri pezzi del 2015 “rivisti”… BTW perché’ l’album uscì solo virtuale?
Mox: I 6 brani di ‘Holy Parasite’ uscirono solo in digitale per scelta: non avendo avuto finora un’etichetta che ci producesse, per ragioni economiche e perché i nostri concerti sono sempre stati una vera rarità, abbiamo ritenuto di non investire ulteriori risorse per stampare un supporto fisico. Alcune tracce “chiave” di questo nostro repertorio sono state salvate e risuonate con la nuova line-up, per meglio rappresentare ciò che siamo ora.
Che: Come potrai scoprire ascoltando ‘W.P.W.T.’, vedrai che quasi tutti i brani di ‘Holy Parasite’ sono finiti sull’album. Questo proprio perché li abbiamo risuonati con un’attitudine e una formazione completamente diversi. ‘Holy Parasite’ lo registrammo in fretta e furia perché il nostro bassista dell’epoca ci stava lasciando e gli chiedemmo di restare almeno per le registrazioni. Alla fine venne fuori un buon EP, ma vista la situazione molto incerta del gruppo non andammo oltre la versione digitale. Che venne ovviamente ignorata da tutti.

SD: Terza domanda, Ho parlato di “incupimento”. A parte ‘Holy Parasite’, mi hanno VERAMENTE colpito le atmosfere NERE (occhio, in senso hardcore) che ho sentito negli altri pezzi che ho ascoltato. Testi senza speranza… musiche (quasi) “post”. Mi volete spiegare un po’ il come (chi ha fatto testi/musiche), ed il perché (innegabile il fatto che stiamo passando un periodo “PESANTE”).
Mox: Il claim di cui Incudine si è appropriato è “HARDCORE IS SUFFERING”, stabilendo già le coordinate attitudinali e musicali all’interno delle quali nascono le nostre canzoni. Semplicemente, si predilige una scrittura in tonalità minore, che evoca maggior emozione e tristezza, a quelle melodie in maggiore che portano allegria e spensieratezza, in uso in altri generi, o da molte band che hanno un’intenzione differente. Forse ti riferisci a questo. Che poi il mondo sia in costante involuzione e si stia sgretolando innanzi a noi, mi sembra sotto gli occhi di tutti. Cesare scrive tutte le liriche e può rispondere nel merito.
Che: Una personale premessa sulla musica: io ho sempre concepito la musica come un mezzo espressivo potentissimo, e in molti momenti della mia vita è stato per me l’unico mezzo per esprimermi. Sono una persona poco propensa ai contatti umani che non siano profondi, le amicizie e i rapporti superficiali non mi sono mai interessati, e questo fin dall’adolescenza mi ha spinto verso la solitudine e un discreto livello di asocialità. Le compagnie, i gruppi, i branchi (o per meglio dire le greggi) non fanno per me. La musica ha letteralmente dato un senso alla mia vita in diverse occasioni, e grazie a lei ho superato i momenti più bui. Con Incudine è stato un lungo percorso di ricerca della nostra identità musicale (esistiamo dall’autunno del 2012), che è passato attraverso numerosi cambi di formazione nei quali i punti fissi siamo sempre stati io e Mox. Da un approccio più punk e r’n’r siamo lentamente scivolati verso atmosfere sempre più hardcore e cupe, e ‘W.P.W.T.’ è il coronamento di un processo lungo e sofferto. Posso affermare in tutta tranquillità che dopo dieci anni ci stiamo avvicinando ad avere una voce personale nella quale ci riconosciamo completamente. I pezzi sono composti sfruttando la sinergia tra le attitudini e gli ascolti di tutti noi, ognuno porta qualcosa di suo e contribuisce ad un processo creativo che trovo molto gratificante. Abbiamo pezzi di poco più di un minuto nei quali puoi trovare cambi di dinamica e di stile molto diversi tra loro, io lo trovo entusiasmante. Così come nulla ci vieta di imbastire brani con intro lente e quasi “doom” per poi esplodere con galoppate hardcore. L’importante è non conformarsi a un cliché solo perché quel genere lo richiede. Grazie per la parte di domanda che riguarda i testi, di cui sono l’unico responsabile. A volte ho come l’impressione che rispetto a una volta il lato “letterario” della musica passi sempre di più in secondo piano. Quando ero più giovane praticamente imparai la lingua inglese leggendo e rileggendo i testi dei miei LP preferiti, prima traducendoli e poi studiandoli. Forse anche per questo continuo a trovare poco intelligente la scelta di coloro che non mettono le liriche dei pezzi nei dischi. Forse ritengono che i testi siano superflui nella fruizione di una canzone? Non lo so, magari scrivono dei testi insignificanti, vallo a sapere. Riallacciandomi al discorso iniziale sulla musica come canale espressivo privilegiato, non posso che usare i miei testi come valvola di sfogo della mia parte più occultata allo sguardo degli altri. Si tratta di un processo di emersione di relitti che si muovono nelle profondità del mio animo e che solo così possono venire a galla e avere un senso. Non nego poi di avere molte ispirazioni che provengono sia dalle mie letture (sono un appassionato di letteratura horror e non solo) e dalle mie visioni. D’altronde se ‘W.P.W.T.’ si apre con un pezzo che si chiama ‘Irréversible’ una ragione ci sarà. Nelle note di copertina del disco vengono citati Louis-Ferdinand Céline, Thomas Ligotti, Michel Houellebecq, Bret Easton Ellis, Franz Kafka, Gaspar Noé, Nicolas Winding Refn. Ecco, ognuno di questi artisti mi ha ispirato sicuramente nella stesura dei testi e nelle immagini che ho voluto creare con essi.

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SD: Terza domanda, bis. Dario vi descrive come una miscela di Underdog/Black Flag/Cro-Mags. Vi vedete in questo triangolo? Io personalmente toglierei i Black Flag… che non associo alla “CUPEZZA” di cui sopra. Io forse metterei i Quicksand. Ci sono delle atmosfere, dei rallentamenti che mi fanno venire in mente quel “modo”.
Mox: Le influenze sono inevitabilmente molteplici, dato che tutti proveniamo da mezzo secolo di ascolti assortiti. Che poi (con le dovute proporzioni) il grosso dei riff e delle costruzioni possa trovare origine nel repertorio dei Bad Brains è una sorta di regola valida per chiunque nuoti nel mare dell’H.C. evoluto, specie di matrice statunitense: come è stato il caso dei Cro-Mags, è di conseguenza anche il nostro. Detto ciò, chi ci conosce personalmente sa bene quanto il nostro eclettismo sia una realtà. Sarà banale rispondere che sostanzialmente “facciamo ciò che ci viene spontaneo” assemblando varie idee, ma il risultato deve convincerci, altrimenti si riparte.
Che: Fermo restando il fatto che per il primo disco dei Cro-Mags rimane un capolavoro senza tempo e che gli Underdog erano una band pazzesca ma sottovalutata (sui Black Flag si è detto di tutto, inutile aggiungere qualcosa), non so se questo trittico decisamente impegnativo di nomi può inquadrare quello che facciamo in modo preciso. Quicksand? Sempre piaciuti, ma non credo che siano tra i nostri punti di riferimento, almeno non consciamente. Se poi noi te li facciamo venire in mente lo posso solo prendere come un complimento, sia chiaro. Io penso piuttosto a gruppi come Deadguy o Kiss It Goodbye, che si muovevano in una zona di confine interessante e poco definibile.

SD: Quarta domanda, per Cesare (ma anche per Mox). Per la serie gli estremi che si attraggono. Hai un passato negli Erode. Un gruppo molto estremo nei suoi messaggi “rossi”. Ed ora canti in un gruppo in cui (a mio modesto parere) vince il nichilismo (vedi anche la iena come vostro “simbolo”). Tutto questo con uno dei più grossi esponenti/paladini della spiritualità in musica (parlo di Mox)… e per un etichetta che fa uscire i più grossi nomi del “positive hc”… sono diverse fasi della tua vita… o sono diversi aspetti della tua personalità? Ci spieghi, se vuoi?
Mox: Mi permetto di inserirmi: ti sono grato per la stima, Francesco, ma temo che tu sia vagamente iperbolico definendomi “paladino” della spiritualità. La mia frequentazione di devoti di Krishna e nello specifico con il gruppo Govinda HxC project è stata un’esperienza bellissima e certamente decisiva per alcune importanti attitudini che mi identificano e definiscono ancora oggi, pur essendo trascorse tre decadi. Ma io non opero costante proselitismo sulle mie scelte, siano esse legate al rifiuto dell’antropocentrismo o all’essere lucido e salutista o a essere anarco-illuminista. Conduco una mia esistenza, semplicemente.
Che: Potrei parafrasare “Fight Club” e dirti che la prima regola degli Erode è che non si parla degli Erode. Gruppo che per me è stato sì importante ma che ha costituito solo una frazione del mio percorso musicale. Ho avuto esperienze che mi hanno dato molto di più a livello personale, dai Crash Box ai Real Deal, dagli Oltrecortina ai Matamachete e mi fermo qua per non annoiare. Incudine, che è iniziato quasi per scherzo dopo che io e Mox ci ritrovammo dopo anni ad una reunion degli Indigesti, è diventato il gruppo più longevo di tutta la mia carriera musicale e quello su cui ora investo le mie residue forze. Non mi aspetto certo fama o soldi, ma la realizzazione di un progetto musicale con una sua peculiarità e una sua evoluzione. Secondo me siamo sulla buona strada, facendo i debiti scongiuri. A conferma della tua tesi sugli opposti estremismi, potrei aggiungere che il fatto che la Devarishi ci abbia cercato e prodotto il vinile che uscirà rimane per me un mistero. Questo non mi impedisce di ringraziarli per la fiducia e il supporto che ci stanno dimostrando, anche se io sono distante anni luce dalla loro filosofia di vita. Non sono straight-edge, non sono Krishna, non sono un vegetariano inflessibile. Fumo, bevo caffè, ogni tanto ci scappa l’amatriciana, haha. Non c’entro nulla con il “positive thinking”: sono razionalmente pessimista ma vedo la musica come qualcosa di mistico, un veicolo di emozioni difficilmente spiegabile con la razionalità, e quindi non rinnego la spiritualità presente nell’essere umano. Essere umano che rimane pur sempre tra le creature più feroci che esistano, torna utile non dimenticarlo mai.

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SD: Quinta domanda, a Mox farei la stessa domanda, ma andando a toccare l’aspetto più musicale. Grande esperto di prog piuttosto che fan di un certo pop italiano, vedi Baglioni… allo stesso tempo batterista hc… diverse fasi della tua vita, o diversi aspetti della tua personalità? Come è possibile?
Max: So che trovi piena sintonia in una mia associazione al mondo culinario: la dieta bella e soddisfacente prevede tanto una pizza con aglio e origano, quanto una crostata di pesche, magari con aggiunta di panna… e non certo il medesimo piatto reiterato quotidianamente per tutta la vita. Ecco spiegato come sia possibile, ma soprattutto importante, passare dai Behemoth a Mia Martini, dai Popol Vuh agli Abba, dalla Mahavishnu Orchestra ai Suicide, da Moroder agli Area, o se preferisci dai Converge ad Albinoni, semplicemente a seconda del momento di luminosità della giornata o dello stato nel quale la tua mente e il tuo cuore si trovano. Esiste un contesto appropriato per qualunque emanazione sonora in grado di carpire la nostra emotività.

SD: Sesta domanda, messaggi o “atteggiamenti” forti/diretti possono portare a situazioni “strane” (certe volte io stesso sono “additato”, intendiamoci). Parlo di una ‘Frana La Curva’ che diviene un inno che unisce realtà trasversali sì, ma LONTANISSIME tra loro… parlo dei messaggi pro-life dei Cro-Mags (e di tanti altri)… parlo dei messaggi omofobi di HR (e di tanti altri)… voi che “ci siete passati”, sia attivamente in gruppi, che “passivamente” come fruitori/fan… come spiegate, ancora una volta, questo “gli estremi che si uniscono”?
Mox: Onestamente non credo che tali aspetti, diciamo connessi alla “comunicazione” di altre situazioni, abbiano a che fare con gli Incudine: non ci proponiamo come obiettivo primario quello di lanciare messaggi. Su questo spunto naturalmente può esprimersi Cesare con maggior cognizione di causa, dato che liriche e titoli sono farina del suo sacco. Ma non ricordo comunque “slogan” tra i testi dei nostri brani. Di me stesso posso tranquillamente dichiarare di NON essere pro-life, né omofobo, e i gruppi “cardine” statunitensi già abbondantemente menzionati vantano degli indubbi meriti sul piano musicale: più che altro è questa la caratteristica che ha suscitato entusiasmi, decretando il loro “successo”.
Che: Io sono sempre stato dell’idea che una volta che l’autore rende pubblica una sua creazione (può essere un libro, una canzone, quello che preferisci) perde il controllo della creazione stessa, la lascia naufragare come una zattera nell’oceano. Io non sono obbligato a dare un’interpretazione univoca della mia musica o dei miei testi; posso farlo se richiesto, ma il più delle volte ognuno vede nella musica o nei testi quello che preferisce, e io non posso farci nulla, la zattera è ormai in alto mare. Quindi può darsi che persone e attitudini diversissime tra loro convergano nell’interesse o addirittura nell’apprezzamento di una canzone o di un libro. L’autore non può farci nulla, non può emettere una fatwa e interdire un certo tipo di lettore o ascoltatore. Io stesso mi trovo ad apprezzare cose lontanissime tra loro ma non mi pongo limiti ideologici, posso passare da Majakovskij a Céline senza sentirmi in contraddizione.

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SD: Settima domanda, è innegabile che il COVID abbia riportato molti di noi “nel mucchio selvaggio”. Io personalmente sono tornato a fare “il giornalista” dopo anni di lontananza dalla scena perché alla fine penso che l’ambiente fine anni’90 fosse un po’ alle corde… che mi dite? Anche per voi il COVID è stata un’occasione per “riprendere” il filo col passato? E cosa mi dite dell’oggi? A Milano, per esempio, c’è tutto un fermento che si muove attorno ai vari T28/Boccaccio etc. etc. Fermento che porta qualcuno a dire “basta parlare degli’80… basta parlare dei’90… a Villa Vegan quando suonano i Tenia c’è più gente che i Sottopressione!”.
Mox: Onestamente, a noi non è accaduto nulla di differente, rispetto ai nostri “standard”; le nostre esibizioni sono sempre state talmente diradate… lavoriamo principalmente in sala prova, e abbiamo solamente ridotto un po’ il numero di incontri, per forza maggiore. E anche riguardo le nostre frequentazioni, in sostanza non è cambiato nulla. Non siamo assidui frequentatori di situazioni precise, ognuno sceglie ciò che gli interessa, indipendentemente dai luoghi.
Che: Purtroppo non ho molto da dire a riguardo. Sono sempre stato ai margini della cosiddetta “scena” e conosco un numero infimo di persone che ne fanno o ne hanno fatto parte. Amavo i Sottopressione e penso che siano stati sfortunati, fossero usciti in un altro momento avrebbero raccolto molto di più. Al momento tra i gruppi italiani mi piacciono molto La Follia e gli Psico Galera, in passato ho apprezzato Vetro, Scena, Smart Cops e Left In Ruins, tanto per fare alcuni nomi. Sul fermento milanese non ho nulla da dire e sul COVID posso solo aggiungere che fin dal primo momento ebbi la sensazione che si stava imbastendo il più grande esperimento di controllo psicosociale della storia. Rimango di questa opinione, al di là di ogni considerazione medico-scientifica si possa fare sulla pandemia. Se quest’ultima è stata un’occasione? Io penso piuttosto che sia stata la possibilità per un capitalismo globalizzato e autoritario di instaurare la società del “sorvegliare e punire” (cfr. Foucault) senza incontrare significative resistenze, cogliendo al balzo un boccone troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire. Un boccone avvelenato per tutti gli altri, purtroppo.

SD: Ottava domanda, legata alla settima. Questa cosa dei “grandi vecchi” piuttosto che “ai miei tempi/anni’90 era una figata” etc. etc. rischia di isolarci dal mondo (vedi appunto “nostro” disinteresse per le nuove leve… piuttosto che “nostra” glorificazione di quel periodo, glorificazione che per me è stata fatta “un po’ troppo presto”). Cosa ascoltate/cosa vedete/cosa andate a vedere/chi incontrate/come vi ponete rispetto appunto ai “ragazzi”?
Mox: Ammetto che sarei un ipocrita se affermassi di essere scevro da motivati pregiudizi sulle sonorità prodotte dopo il 2000, per quanto le scene siano pullulanti di musicisti straordinari. Mi trovo in ogni caso fondamentalmente disinteressato a nuove proposte, pur acquistando e fruendo di musica a ciclo continuo, ma rivolgo la mia attenzione quasi esclusivamente a un glorioso passato, in tutte le direzioni. Di fatto, ormai appartengono già alla “storia” anche alcuni artisti che amo e che hanno conosciuto il successo dopo il 2000, come Muse, S.O.A.D. e per certi aspetti Steven Wilson o Adele e i Calibro 35.
Che: Io ne ho abbastanza piene le scatole di memorie dei favolosi anni’80, dei un po’meno favolosi anni’90 e così via; si scrivono libri inutili, pagine di memorie adolescenziali spacciate come momenti da scolpire nel marmo della storia della musica. La realtà è che mentre il punk in Italia ha avuto la sua legittimazione nel momento in cui si è dato un profilo politico (per me discutibilissimo e anche vagamente intollerante, per giunta senza incidere a livello musicale in termini di popolarità), per l’hardcore questo non è mai successo. É rimasto in una terra di nessuno dalla quale non è mai veramente uscito a livello comunicativo e massmediatico, e quindi trovo abbastanza patetico continuare a rivangare quei “favolosi anni” in cui praticamente non siamo mai usciti dalla riserva indiana in cui avevamo piantato le tende. Poi arrivò l’hip-hop e tanti saluti a tutti, calava il sipario sull’hardcore come possibile linguaggio giovanile di massa. Ma passiamo alle domande che faranno di me un vero boomer, haha. Cosa ascolto? Di tutto. Molto punk, molto HC, CCCP e Disciplinatha, musica dark turca, pop francese, rap olandese, EBM, new wave anni’80… e mi fermo qui per non tediare. Cosa vedo? Poco di quello che esce ora. Qualche film (potrei segnalare un film messicano ‘El Nuevo Orden’, veramente un bel pugno in faccia per lo spettatore o il fantastico ‘Midsommar’ di Ari Aster), e qualche serie ancora non troppo contaminata dal “woke”, quindi molto poco. Questa bigotta dittatura del “politically correct” prima o poi terminerà per sfinimento, ma nel frattempo avrà pesantemente condizionato le menti dei più deboli. Spiace per loro, ma sinceramente se sei fragile nelle tue convinzioni e ti senti un agnello spaventato da tutto, puoi rimanere nel gregge ed essere convinto che sia la soluzione migliore. “Dont’believe the hype” cantavano i Public Enemy nell’88, un
suggerimento da tenere sempre presente. Per quanto riguarda “i ragazzi”, posso solo dirti che quando entro in contatto con persone più giovani di me (praticamente quasi tutte, ça va sans dire) non ho nessuna difficoltà a rapportarmi con loro. L’età esiste solo nella testa di chi la vuole usare come scusa o come leverage, io ho la stessa attitudine di trent’anni fa e quindi i casi sono due: non sono maturato e non ho imparato un cazzo di nulla, oppure è la conferma che in mezzo a mille difficoltà avevo imboccato la strada giusta e non l’ho più lasciata.

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SD: Nona domanda, i tempi dei giovanissimi sono VELOCISSIMI. Parlo dei mezzi che usano. Parlo di Tik Tok piuttosto che della musica on line. Parlo anche della loro soglia di attenzione. Come mai secondo voi un tipo di musica PERFETTO per questo modo di fruire la musica (hardcore… canzoni da 1 minuto… singoli… link con gli sport dei giovani etc), in realtà perde rispetto ad altre “subculture”. Forse perché PROPRIO il discorso della ROTTURA è andato perso?
Mox: Sembra proprio che una minoranza, tra le ultime generazioni, si appassioni a musica in cui sono previsti strumenti tradizionali impiegati nel rock, come chitarre o batterie. Per la maggior parte di loro, a meno che non siano in possesso di strumento, suonare risulta qualcosa di obsoleto. Ma con la logica sempre vera dei “corsi e ricorsi storici” stiamo anche tornando a questa procedura nel proporre musica e spettacolo. Ma si deve sempre e comunque ringraziare i trascorsi luminosi di questi generi di musica. L’hardcore è uno tra i tanti. Noi lo proponiamo ancora “istintivamente” perché ci siamo nati in mezzo…
Che: Anche se l’hardcore teoricamente possiederebbe delle caratteristiche che lo potrebbero rendere interessante per i “ggiovani”, (e qui mi riferisco all’impatto visuale di molte band che sfoggiano abbigliamento sportivo, caterve di tatuaggi e bicipiti palestrati), rimane il fatto che la musica non è orecchiabile e fruibile nell’immediato come altri generi che riscuotono molto più successo. E per quanto riguarda la soglia di attenzione, penso che le de-evoluzione del genere umano sia in pieno svolgimento; l’assimilazione della cultura attraverso la parola scritta sta svanendo, sostituita dalla multimedialità che poi alla fine è la cultura dell’immagine. Una generazione cresciuta e addestrata a nutrirsi di video, immagini e qualche trafiletto esplicativo, troverà sempre più impegnativo concentrarsi nella lettura di un libro o di un articolo che superi le 10 righe, con buona pace del proprio livello culturale. Ovviamente i social sono stati il cavallo di Troia, hanno dato l’apparente possibilità a tutti di esprimersi ma in modo superficiale e a volte persino abbietto e primitivo. Una volta constatata l’impossibilità di una reale comunicazione verbale attraverso quei canali, ci si è orientati verso l’immagine o il video, molto più semplici e comodi; oltretutto mezzi appaganti per l’esibizionismo e il narcisismo di cui siamo impregnati. In mezzo a tutto questo penso che i margini di manovra per l’HC siano molto limitati: la rottura di cui parli con che cosa dovrebbe essere? Con un sistema che ha inglobato passo dopo passo tutte le sottoculture alternative (dal punk all’hip-hop, dal grunge alla techno) e le ha castrate e sterilizzate a fini commerciali? Ritengo che sia troppo tardi e che la de-evoluzione sia inarrestabile. Siamo alla soglia di cambio epocale nella concezione della vita umana stessa, scivoliamo nel trans-umanesimo quasi senza accorgercene. Forse l’unica sfida che l’HC e altri generi marginali (penso anche ad alcuni tipi estremi di metal o di industrial, tanto per citare un paio di sottoculture ancora relativamente impermeabili) possono raccogliere è quella di creare delle oasi di umanità, dove la creatività e la comunicazione si possano ancora esprimere senza dovere sottostare al mercato e ai suoi onnipresenti tentacoli. Più che di resistenza parlerei di esistenza vera e propria, almeno finché sarà possibile. Esistere, esistere, esistere, prima di scomparire gloriosamente nel buio (o nella luce, dipende dalla vostra visione del mondo, haha)! PUNTO

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(Txt Francesco Mazza x Salad Days Mag – All Rights Reserved; Pics Luca Ash)

DEAF LINGO INTERVIEW

August 30, 2022 |

In occasione dell’uscita del loro secondo lavoro ‘Lingonberry’ abbiamo scambiato quattro chiacchiere coi milanesi Deaf Lingo. A tenerci compagnia in questo scambio il cantante chitarrista Sandro Specchia.

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SD: Ciao ragazzi, grazie per prendervi un po’ di tempo a rispondere a queste domande! Innanzitutto vorreste presentarvi ai nostri lettori?
DL: Ciao belli! Siamo Deaf Lingo, ci dividiamo tra Milano e Monza. Siamo attivi dal 2015 e abbiamo pubblicato 2 EP e 2 dischi l’ultimo dei quali uscito per l’etichetta svedese Lovely Records nella primavera 2022.

SD: Il vostro secondo album ‘Lingonberry’ è ancora relativamente fresco di uscita. Volete raccontarci come è nato, le differenze rispetto alle produzioni precedenti e il riscontro avuto dopo l’uscita?
DF: ‘Lingonberry’ è stato registrato in pieno lockdown. Erano i primi mesi del 2020, avevamo dieci pezzi pronti ed eravamo sufficientemente preparati per entrare in studio. Salta tutto a causa del primo lockdown. Nel frattempo ci dimentichiamo come suonare. Passa l’estate, e iniziamo a rimetterci in pista provando per entrare nuovamente in studio. Boom, secondo lockdown. A quel punto con il morale sotto i piedi decidiamo di rimetterci in pista verso la fine dell’anno. Decidiamo nuovamente di prenotare lo studio per Marzo 2021. Questa volta, tra divieti e zone rosse riusciamo a presentarci e registrare il disco in meno di una settimana. Siamo molto soddisfatti di quello che è uscito fuori, per noi è stata la prima volta in un vero studio di registrazione, i vecchi lavori erano fatti in casa nelle cantine di amici.

SD: Una cosa che balza all’occhio è sicuramente il fatto che il disco è uscito per la svedese Lovely Records, una delle realtà più interessanti degli ultimi anni che ha pubblicato dischi notevoli. Come siete finiti nel loro radar?
DL: Dopo le registrazioni, con il master in mano, abbiamo iniziato a sentire diverse etichette italiane e internazionali. Kaj di Lovely Records ci ha risposto dicendosi interessato alla collaborazione. Dopo varie settimane di scambi mail arriviamo alla firma di un vero e proprio contratto.

SD: I singoli che hanno fatto da apripista al nuovo album hanno tutti una variante della copertina ufficiale come artwork. E’ una scelta dettata da un concept che permea il lavoro o è semplicemente un marketing super efficace?
DL: L’artwork di ‘Lingonberry’ è stato curato dal nostro chitarrista Yuri. La Lovely ci ha chiesto di trovare una variante per i diversi singoli che rimandasse all’artwork del disco stesso. Siamo contenti di cioè che è uscito fuori e non vediamo l’ora di avere il disco in mano. Per ora è in preorder sulla nostra pagina bandcamp.

SD: Il vostro sound è sicuramente indirizzato verso un ibrido tra garage rock e un certo indie che strizza l’occhio al punk, creando una miscela fresca e non banale. Quali sono le vostre influenze principali?
DL: Ascoltiamo punk da quando abbiamo 12 anni. I nostri ascolti vanno dal proto punk degli anni’70 alle band fuzz/garage-ish uscite nell’ultimo decennio. Ascoltiamo anche molto rock anni’70 e surf californiano. Di seguito una carrellata random di artisti che ci hanno tenuto incollato ai nostri lettori cd e successivamente ai lettori mp3. Pixies, Nirvana, Dinosaur Jr, NOFX, Weezer, Thin Lizzy, Dead Boys, Sex Pistols, Buzzcocks, Ramones, Dick Dale. Se vogliamo invece spostarci in tempi più recenti possiamo citare Mac Demarco, King Gizzard And The Lizard Wizard, Ty Segall, Jeff Rosenstock.

SD: La pandemia e il post covid hanno dato una botta senza eguali al panorama musicale underground e non e solo ora si riesce a vedere uno spiraglio di luce. Siete riusciti a promuovere degnamente questo nuovo lavoro o state aspettando di poter andare in tour?
DL: Come per le registrazioni, la pandemia ci ha messo il bastone tra le ruote, anche durante l’organizzazione del tour. Abbiamo ritrovato un “giro dei concerti” molto più rallentato ma sopratutto molti posti caposaldo della musica dal vivo hanno chiuso, sopratutto a Milano. Ciononostante, siamo riusciti a suonare abbastanza tra giugno e luglio. Abbiamo ritrovato realtà che dalla pandemia ne sono uscite più forti di prima: gli amici genovesi di Adescite, l’associazione Risuono di Lecco e i romagnoli dello Slack Attack. Sarebbe da fare una statua a tutti i volontari che si impegnano ogni anno per organizzare feste e festival in giro per l’Italia. Noi ne siamo profondamente grati ed è grazie a loro che la musica underground in Italia non è poi così messa tanto male.

SD: E ora il classico domandone: cosa state ascoltando in questi ultimi tempi? Ci sono artisti o dischi che vorreste consigliare ai nostri lettori?
DL: Risponderò alla tua domanda prendendo direttamente alcuni artisti dalla nostra playlist condivisa: Princess Chelsea, Tijuana Panthers, Wavves, Bee Bee Sea, Turnstile.

SD: Cosa possiamo aspettarci dal futuro dei Deaf Lingo? Quali sono i vostri piani?
DL: Vorremmo dare ancora molto dal vivo prima di fermarci a registrare il disco nuovo. Posso anticipare che probabilmente ci saranno cambi di formazione da settembre. Stiamo programmando un tour europeo per la prossima primavera, quindi restate sintonizzati!

SD: Ancora una volta, grazie per l’intervista. Volete aggiungere qualcosa?
DL: Grazie a voi ragazzi! Vi salutiamo lasciandovi i nostri contatti. Se chi legge vuole invitarci noi siamo sempre disponibili a fare festa: deaflingomusic@gmail.com Vi ricordiamo che ‘Lingonberry’ è in preorder su bandcamp, in due varianti bellissime Red e Green, per qualsiasi info contattateci su instagram bella li!

(Txt Michael Simeon x Salad Days Mag – All Rights Reserved)

Anti Flag x Bayfest Pool Party @Mapo Club in Bellaria Igea Marina (RN) – photorecap

August 18, 2022 |

Anti Flag x Bayfest Pool Party @Mapo Club in Bellaria Igea Marina (RN) – photorecap

Pictures by Martino Campesato x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

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Cibo interview

August 13, 2022 |

I Cibo ci parlano di ‘Muzik’: intervista in esclusiva per Salad Days Magazine. I Cibo sono tornati con un nuovo album diviso in due parti.

Il loro sound è lì, sempre presente, ma ci sono anche interessanti scelte che possiamo aspettarci solo da dei matti come loro. Li abbiamo intervistati in esclusiva per Salad Days Magazine.

SD: Come sono cambiati in Cibo in tutti questi anni? Che cosa propongono oggi, nel 2022, che non proponevano agli inizi della band?
C: I Cibo hanno sempre proposto fino ad oggi ciò che proponeva la formazione in ogni sua fase. Ciò che suoniamo è il risultato della nostra identità momentanea. Ogni brano che abbiamo pubblicato è figlio di un incastro tra le persone che lo hanno concepito, suonato e registrato.

SD: Avete pubblicato un album diviso in due parti. ‘Muzik’ infatti esce in due volumi. Come mai questa scelta? E che criterio avete seguito per la suddivisione?
C: Abbiamo fatto questa scelta per due ragioni: la prima è dovuta a un fatto molto pratico, ovvero i pezzi non erano tutti completamente registrati e mixati nello stesso momento, il secondo è che dal momento che la pandemia ha reso la gestione a cui eravamo abituati molto diversa, abbiamo scelto di pubblicare ugualmente la nostra musica attraverso i mezzi digitali. Chiaramente nel mondo del web una costanza nella presenza è necessaria ed efficace. Speriamo comunque in futuro di stampare questo disco in un formato fisico.

SD: Quali sono i brani che maggiormente rappresentano l’una e l’altra metà dell’album? Se doveste sceglierne solo due, quali sarebbero? E perchè?
C: Ciascuno di questi brani ci rappresenta. Ogni singola nota e testo sono assolutamente condivisi in modo orgoglioso da ciascuno dei componenti del gruppo. Pertanto pensiamo che il disco vada ascoltato nel suo complesso e non attraverso dei singoli. Parte uno e parte due sono chiaramente diverse ma fanno parte di un unicum che abbiamo composto e suonato insieme nel corso degli anni 2019, 2020 e 2021.

SD: Le grafiche sono molto curate. Come è stato sviluppato il progetto visuale legato a ‘Muzik’? Quanto è importante saper azzeccare la copertina per un album, nell’epoca della musica digitale?
C: Azzeccare per persone come noi è assolutamente indifferente. Ogni grafica è stata realizzata a sé su ogni lavoro da noi realizzato. Il fatto che tu dica che sono tutte valide ci fa molto piacere. Nel caso di questo ultimo lavoro abbiamo molto semplicemente fatto ascoltare, con i testi alla mano, alla nostra carissima amica Silvia Sicks che fa il grafico di mestiere e che è una persona che ci lega anche a una amica importantissima che ha partecipato alla storia del gruppo e così Lei ha disegnato qualcosa per ogni brano. Ciò è stato infine integrato in una unica tavola. Ovviamente una bella grafica può distinguere un lavoro da un altro nel mondo musicale e crediamo che la sinergia tra ascolto e visualizzazione sia molto importante. Detto questo la musica è sicuramente la parte preponderante.

SD: Torino ha sempre sfornato grandi band e album in ambito “heavy music”, in particolare hardcore. Quali sono le band torinesi attualmente in attività che vorreste suggerirci?
C: Attualmente ci sono sicuramente movimenti nella scena torinese ma se si vuole aggiornarsi in merito la cosa migliore è ascoltare Radio Bandito che propone tutta musica indipendente e underground di livello. Considerando però la musica come un libro che si può leggere sempre senza alcun limite temporale e quindi vivendo le band importanti che hanno caratterizzato Torino in passato e che ci hanno formato e dato ispirazione dobbiamo assolutamente citare Arturo, Crunch, Woptime, Confusione, Bellicosi. Ma anche altre band per noi fondamentali come i Cripple Bastards, i Lama Tematica e i Tons.

SD: Come nascono i vostri testi? Hanno sempre questa vena ironica, ma si lasciano esplorare in una moltitudine di significati per nulla scontati e spesso anche impegnati.
C: I testi come la musica sono nati in base alle situazioni del momento. Molti sono stati scritti da Salamander (il batterista), forse la maggior parte. Ma altri sono nati nel gruppo, altri sono stati scritti da singoli elementi sulla base della musica già stesa o anche senza musica e sono poi stati adattati. Ciò che lega ogni testo è l’idea di voler esprimere qualcosa e di farlo senza limiti imposti. L’ironia non è tutto nella produzione dei Cibo. Ci sono tanti altri aggettivi che potrebbero descrivere i vari testi.

SD: Come ha impattato la pandemia sulla vostra esistenza a livello collettivo, come band? Siete riusciti a mantenervi attivi oppure avete dovuto aspettare che si calmassero le acque? Avete acquisito nuove capacità come musicisti in questo periodo? C’è chi si è dedicato all’home recording, chi ha affinato il songwriting e chi ha scritto centinaia di canzoni, usando il tanto tempo a disposizione… e voi?
C: La pandemia ha sicuramente sconvolto le dinamiche a cui eravamo abituati. Ma non abbiamo mai fermato la produzione musicale che non è stata l’unica cosa possibile da mantenere, anche se con fatica, e così abbiamo continuato a produrre musica, a registrarla, a suonarla. Fino a quando abbiamo potuto finalmente quest’anno uscire con ‘Muzik 1/2′ e suonare nuovamente dal vivo.

SD: Quali sono le band italiane con le quali vi piacerebbe condividere il palco o un tour?
C: Per noi suonare dal vivo è un momento di condivisione, composto da tantissimi aspetti: la programmazione, l’accoglienza, il pubblico, la situazione rispetto alla compagnia con cui si passa il tempo. Per rispondere alla domanda a noi piace condividere il palco con le persone a noi affini e con cui passiamo del bel tempo insieme, al di là del genere musicale che si suona. E lo dimostrano le date fatte con gruppi assolutamente distanti dal nostro genere musicale. In questo senso diremmo: abbiamo voglia di condividere il palco con chiunque abbia la nostra stessa voglia di passare qualche bella ora insieme.

SD: Cosa succederà, ora che ‘Muzik’ è fuori?
C: Ora ‘Muzik’ è edito e ne siamo fieri, ciò che accadrà lo determineranno molti aspetti relativi alle nostre vite private come sempre. Ma sicuramente abbiamo voglia di suonarlo il più possibile in giro. Per proporlo come lo abbiamo proposto a noi stessi in questi anni in cui lo abbiamo scritto e registrato ovvero dal vivo. Come ogni prova eseguita tra di noi e come nei concerti eseguiti fin’ora in questo 2022.

(Txt Gab De La Vega x Salad Days Mag)

Amesua interview

August 5, 2022 |

Dalla Sardegna con furore… e tanto sentimento, arrivano gli Amesua, formazione screamo punk dai riflessi multicolore. Un progetto interessante che meritava un approfondimento.
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Bull Brigade + Los Fastidios @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

July 21, 2022 |

Bull Brigade + Los Fastidios @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – photorecap

Pictures by Arianna Carotta x Salad Days Mag – All Rights Reserved.

BULL BRIGADE

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LOS FASTIDIOS

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Eddie Bunker interview

July 17, 2022 |

Gli Eddie Bunker sono un gruppo nato a Vicenza nel 2017.

Prendono in prestito il nome da Edward Bunker, figura mitologica di una certa cultura americana legata al crime e al noir, ex criminale che si è poi reinventato sceneggiatore, attore, consulente e scrittore.

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SD: Ciao ragazzi! Innanzitutto, prima di iniziare con le domande mirate, vorreste presentarvi ai lettori di Salad Days Magazine?
EB: Siamo una band di Vicenza nata con l’esigenza di esprimersi musicalmente in maniera del tutto spontanea, senza attenersi a delle precise etichette di genere. Facciamo metal/metalcore/posthardcore o quel che preferite, la cosa più importante è che la musica che creiamo piaccia prima di tutto a noi. Nasciamo con il preciso intento di voler “sporcare” il genere con mille influenze diverse, sperimentando e divertendoci nel farlo.

SD: Il vostro nuovo lavoro ‘Tormento’ è freschissimo di uscita. Volete parlarcene un po’ tra processo di scrittura e significati? Leggendo i titoli sembra esserci una serie di concept dietro questo album.
EB: ‘Tormento’ è stato scelto come titolo visto il periodo che ci ha colpiti tutti: due anni di inattività, di isolamento e malessere interiore che si accumulavano e che ad un certo punto avevano bisogno di una valvola di sfogo. Questo album è stato ciò che ci ha permesso di stare in piedi e di esprimere le sensazioni che ci hanno attraversato, che abbiamo vissuto in maniera tormentata per l’appunto, in un vera e propria “bolla”. Diversi sono i concept dietro ai testi: il voler raggiungere un obiettivo attraverso strade tortuose, rincorrere il tempo che cambia, l’assenza di adattamento e alla fine il coraggio di affrontare le difficoltà date dal periodo storico.

SD: Il vostro nome è un chiaro omaggio a Edward Bunker, una sorta di antieroe americano che è passato dal crimine alla scrittura, sceneggiatura e perfino alla recitazione, diventando un’icona del crime e del noir. Qual è la fascinazione dietro questa scelta?
EB: Edward Bunker è lo scrittore preferito di Alberto, ‘Educazione Di Una Canaglia’ è stato il libro che ha praticamente ispirato lo spirito di questo progetto musicale. La vita di Bunker grida e trasuda di sbagli, di ingiustizie subite e malefatte, ma allo stesso tempo urla anche di una rivalsa totale rispetto alle condizioni imposte dalla società. È stato un uomo che ha trascorso gran parte della sua vita tra la strada, l’abbandono, riformatori e carceri vari (è stato il più giovane incarcerato a San Quintino), è riuscito poi a trovare la vera libertà ed emancipazione nella scrittura ed attraverso il cinema. È quello che succede a noi attraverso la musica.

SD: Il vostro sound prende a piene mani da un certo tipo di post hardcore molto intenso. Quali sono le vostre influenze e come mai la scelta di cantare in italiano su un genere dal respiro internazionale?
EB: È innegabile che ci piacciano band come Converge, Every Time I Die, Norma Jean, Stray From The Path, Bronx, Gallows, ma allo stesso tempo non disdegniamo band come Idles, Mastodon, Daughters, Red Fang, Queens Of The Stone Age, Tool, Alice In Chains. La scelta dell’italiano è stata del tutto naturale, suonava bene e ci piaceva.

SD: Una menzione se la merita pure la copertina, che ad un primo impatto sembra pronta per un lavoro psichedelico moderno prima che l’ascoltatore cada sotto le mazzate dei vostri pezzi. Come è nata l’idea e qual è il significato dietro questo artwork?
EB: La grafica è nata grazie all’aiuto di Nicoló Gemieri: una città in fiamme per rappresenta il fallimento della società, una routine che porta le persone ad alzare il concetto di individuo, restando sempre più sole logorandosi in un tormento quasi ingiustificato facendo così decadere il concetto di comunità e quindi aggregazione. La città in fiamme é la non fiducia nel prossimo e nel futuro elemento chiave che accomuna di certo la nostra generazione. Il messaggio, alcune volte velato altre volte più esplicito, resta comunque una speranza al cambiamento.

SD: Anche se l’album è fresco d’uscita, avete già nuovi progetti in cantiere o preferite concentrarvi sulla promozione di ‘Tormento’?
EB: Ovviamente ci dedicheremo ai nuovi concerti, ma allo stesso tempo vogliamo continuare a creare nuova musica, sperimentando il più possibile senza costrizioni di alcun tipo.

SD: Domanda di rito: quali sono i vostri ascolti più recenti. Volete consigliare qualcosa ai nostri lettori? Non fatevi problemi a fare elenchi o ad approfondire.
EB: Come ascolti recenti: Idles, Tigercub, Foals, Turtle Skull, Elder, Balthazar, Inhaler, Fontaines Dc, Viagra Boys. Ascoltiamo generi molto differenti rispetto a ciò che suoniamo per trovare sempre nuove influenze.

SD: Volete aggiungere qualcosa?
EB: Grazie mille a tutte le persone che ci hanno sempre supportato e non smettono mai di farlo. Un ringraziamento speciale va a tutta la famiglia di Gold Leaves Academy in particolare a Giacomo Dal Ben, Tokyo San, DJ MS per l’infinito supporto.

#Eddie #Bunker #eddiebunker

(Txt Michael Simeon; Pic Martino Campesato)